Sabato prendono il via le semifinali in Serie A Elite. Gara-1 il suo Conversano la giocherà a Bozen, dove ha già vinto due volte quest’anno tra campionato e Coppa Italia, e dove punta ad allungare la striscia positiva in un campionato fatto di soddisfazioni, ma anche di difficoltà.
Parliamo naturalmente di Riccardo Trillini, il tecnico dell’Indeco Conversano. Su PallamanoItalia parla di Serie A Elite, del desiderio di allenare all’estero in futuro, degli allenatori italiani oggi.
PALLAMANOITALIA: Mister Riccardo Trillini, bentornato su PallamanoItalia. Lasciamoci subito alle spalle l’agevole passaggio del turno contro Mezzocorona, all’orizzonte ci saranno due gare totalmente diverse contro Bozen, contro il quale avete sempre “faticato” quest’anno: che semifinali si aspetta?
RICCARDO TRILLINI: Grazie. Mi aspetto ancora due partite molto dure nelle quali l’aspetto tecnico – tattico può passare in secondo piano rispetto a fattori che ritengo più importanti quali motivazione, concentrazione, determinazione.
P: Il Conversano campione d’Italia, poi Bologna, Fasano e Bozen. Queste sono le prime quattro forze del campionato di Elite: come sta vedendo la stagione quest’anno? Livello più basso? Gare più equilibrate?
T: Il livello è più basso per la minore presenza rispetto al passato di stranieri, ma anche perché ci sono rose incomplete piene di giovani non ancora pronti per questo livello. Un abbassamento naturale visto il cambio dei regolamenti e della forte crisi economica. Stiamo pagando, prima di altri sport, questo brutto momento generale.
P: Parlavamo di semifinali: c’è una squadra che la spaventa più delle altre nella rincorsa allo Scudetto?
T: Il Bolzano non ha niente da perdere e questo è un fattore importante per avere risultati in due partite secche. Il Fasano ha una squadra con sette giocatori, molto competitiva, ma più delle altre ha tutti i fattori possibili che la sostengono e la spingono, come la città, la società, la stampa ed un calorosissimo pubblico. Il Bologna ha più fame di vittorie di tutti ed un organico di 14 giocatori di pari livello che potrebbe fare la differenza garantendo pericolosità massima in tutte le fasi delle finali.
P: Avete chiuso la Regular Season al primo posto, avete vinto la Coppa Italia, eppure di problemi il Conversano ne ha avuti quest’anno. Tra partenze, volti nuovi, qualche ritorno e le note vicissitudini societarie, quanto è stato difficile tenere alta la concentrazione del gruppo nei mesi scorsi?
T: Tenere alta la motivazione di una squadra di tutti professionisti quando ci sono problemi economici è la cosa più difficile che un allenatore possa affrontare. Ho imparato tanto in questi due anni da questo punto di vista. Altre società stanno avendo le stesse difficoltà finanziare che ha avuto il Conversano e credo che altri allenatori hanno o stanno affrontando questi problemi. Ci dovremo abituare, penso, a concepire un’attività sportiva quasi priva di professionismo. L’abilità sarà quella di lavorare seriamente coordinando le problematiche di diverse tipologie di giocatori. Questo succederà anche negli altri sport, ma la pallamano ci arriverà prima purtroppo.
P: Lo scorso anno ero al Pala San Giacomo in occasione delle Finali Scudetto, e davanti al mio stupore per il tanto pubblico presente molti continuavano a ripetermi “dovevi vedere qualche anno fa”. Una frase, questa, che si sente dire spesso in riferimento al pubblico di Conversano. Perché a suo parere la città non risponde più come un tempo al richiamo della pallamano, nonostante i risultati della sua squadra siano evidenti?
T: Perché tutto cambia, ci si abitua al meglio e non si apprezza quello che si ha. E’ un fenomeno naturale. Poi ci sono altri fattori. Il primo per esempio è che il pubblico di Conversano è stato abituato all’epoca di Papillon ad un’atmosfera fantastica. La preparazione allo “spettacolo” era meticolosa, ricca e la partita era un appuntamento fondamentale per la vita sportiva della squadra. I giocatori erano idolatrati con tantissima cura dell’immagine sulla stampa e in tv. Tornare indietro è difficile.
P: C’è chi giura per un Riccardo Trillini allenatore all’estero in futuro. Cosa risponde? Le piacerebbe?
T: Si, mi piacerebbe. Ci sto pensando ma non credo sia possibile a breve. Sono ambizioso e vorrei continuare a crescere. Ma è troppo difficile, all’estero non ci considerano proprio. Come se un giocatore o un allenatore sia di serie B solo perché Italiano.
P: Lei è uno dei pochi “professionisti” della pallamano italiana: vive allenando. Alla luce dei suoi anni di esperienza, consiglierebbe oggi a qualcuno, magari a un giovane, di puntare tutto sulla pallamano italiana?
T: Ho detto prima come vedo l’immediato futuro. Mi spaventa la poca prospettiva di crescita del nostro sport. Il difficile è consigliare ad un giovane che deve decidere se giocare solo a pallamano o cercare lavoro. Agli altri consiglio, finché possono, di lavorare duro negli allenamenti ma anche e soprattutto di studiare, fino all’ultimo anno di università. Studiare e fare professionalmente questo sport si può. Poi magari le cose cambieranno presto.
P: E degli allenatori italiani, come categoria, cosa pensa? Ci sono abbastanza competenze per affermare di valere più dei tanti “santoni” dell’handball che sono giunti, giungono e giungeranno nella nostra pallamano? Da dove passa la crescita dei tecnici italiani?
T: Non è una questione tra allenatore Italiano e straniero. E’ una questione tra allenatore bravo e no. Ora siamo alla pari con gli stranieri nella considerazione dei nostri dirigenti. Che ben vengano ma devono essere bravi, perché credo che in questo momento l’unico investimento serio e produttivo si debba fare sull’allenatore bravo che sappia formare giocatori di alto livello. La crescita dei tecnici passa solamente nell’avere TEMPO a disposizione. Senza tempo non si può studiare, produrre, sperimentare, programmare, pianificare, seguire i giocatori ecc. Allenare è un lavoro. Posso allenare, anche bene, facendo un altro lavoro ma non so quanto si possa crescere.
di Matteo Aldamonte